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A Chiang Rai non cercavo risposte, eppure le ho trovate.
Ci sono giorni che non si sommano agli altri, ma li contengono tutti.
Ho attraversato templi, parchi, incontri inattesi e silenzi profondi, fino a ritrovarmi davanti a una statua gigantesca al tramonto, con le lacrime agli occhi e la sensazione di essere esattamente dove dovevo essere: nel presente, senza paura, in equilibrio con me stesso.
Chiang Rai si sveglia con me
Inizia una nuova giornata a Chiang Rai.
Mi sveglio dopo aver dormito profondamente, di quel sonno pieno che arriva solo quando il corpo e la mente si allineano. Faccio colazione in camera, con calma, lasciando che la giornata prenda forma senza forzarla. Sistemo le ultime cose, controllo lo zaino, poi esco.
La prima tappa è chiara fin da subito: la stazione dei bus.
Oggi voglio andare a vedere il Tempio Bianco, il celebre Wat Rong Khun.
Arrivato alla stazione mi trovo davanti a una ventina di banchine. Ovunque bus locali, quasi tutti con scritte solo in lingua thai. Per un attimo resto fermo a osservare, poi mi avvicino a un poliziotto — o forse un vigile urbano — e gli chiedo informazioni. Mi ascolta, sorride e mi indica un bus di colore blu. Lo ringrazio e mi avvicino.
Parlo con l’autista, un uomo cordiale e disponibile. Scambiamo due chiacchiere e, quasi per rassicurarmi, mi accompagna davanti al bus e mi mostra una scritta in inglese: “White Temple”.
Eccolo. Trovato.
Avrei potuto prendere un taxi, certo. Sarebbe stato più comodo, più veloce. Ma avrebbe significato spendere di più e, soprattutto, rinunciare a viaggiare come viaggiano le persone del posto, perdendo quel piccolo frammento di quotidianità che rende tutto più vero. Chiedo all’autista dove comprare il biglietto. Mi risponde che una ragazza passerà a bordo a raccogliere i soldi. Dieci baht. Circa trenta centesimi di euro.
Il bus parte dopo un quarto d’ora. Rimango fuori ad aspettare, guardandomi intorno.
C’è chi trasporta pacchi, famiglie con valigie troppo grandi, auto che si fermano solo per il tempo di un saluto. Gente che aspetta un bus per andare chissà dove. A un certo punto succede qualcosa di strano: non mi sento più uno straniero, ma parte di quello che sta accadendo.
L’autista mi fa cenno di salire.
Si parte.
Il bus è vecchio, vissuto. I sedili sono sfibrati, un po’ impolverati. Le porte non si chiudono bene, a volte non si chiudono affatto. Dal soffitto pendono piccoli ventilatori che cercano di muovere l’aria. Niente aria condizionata. Solo strada.
Dopo nemmeno duecento metri, appena fuori dalla stazione, l’autista ferma il mezzo. Una signora gli consegna un paio di pacchi — qui alcuni bus locali fanno anche da corrieri — e lui ne approfitta per comprare qualcosa da mangiare e da bere a una bancarella di street food lì vicino. Paga, risale a bordo.
Ora si parte davvero.
Dopo un po’, dallo specchietto, l’autista incrocia il mio sguardo e mi invita a mangiare alcune palline di non so cosa che ha appena comprato. Sorrido e rifiuto gentilmente: sono ancora sazio dalla colazione. Ma quel gesto resta, semplice e sincero. Qui le persone sembrano voler farti sentire incluso, anche se sei uno straniero, anche se sei solo di passaggio.
Il viaggio continua. Il bus si ferma spesso, ma non ci sono fermate segnate da cartelli o pali. Le persone aspettano semplicemente sul ciglio della strada. Quando il bus si avvicina, sale qualcuno. A volte scende qualcun altro. A volte si consegnano pacchi. A un certo punto sale una ragazza che passa tra i passeggeri a raccogliere i soldi del biglietto.
Dopo circa venti minuti l’autista mi segnala la fermata. Scendo, lo ringrazio e lo saluto con un sorriso. Insieme a me scendono alcuni local e una signora che, a prima vista, sembra indiana. Convinto che abiti lì, le chiedo indicazioni per il Tempio Bianco. Lei mi guarda e sorride: lo sta cercando anche lei. È una turista, viene dall’India. Viaggia da sola.
La cosa mi sorprende.
Non me l’aspettavo. Forse per una questione culturale, forse per un pregiudizio mai messo davvero in discussione. Ancora una volta la realtà supera le idee che mi porto dietro.
Apro Google Maps: mancano poche centinaia di metri. Le dico di seguirmi. Camminiamo insieme e parliamo un po’. Mi racconta che è sposata e che non ha problemi a viaggiare da sola. Una frase semplice, che però mi fa piacere sentire. Ognuno dovrebbe essere libero di fare ciò che ama, senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Il bianco accecante del samsara (White Temple)
Dopo cinque minuti arriviamo all’ingresso del complesso.
Davanti a noi, il Tempio Bianco.
Capisco subito che la visita sarà lunga e impegnativa. Saluto la signora indiana, che mi ringrazia per averla accompagnata. Le auguro una buona giornata e mi dirigo verso la biglietteria per acquistare il biglietto d’ingresso.
Questo breve incontro mi lascia qualcosa addosso. Mi ricorda quanta ignoranza possa accumularsi nella testa di chi non si lascia attraversare dagli eventi. E, ancora una volta, quanto viaggiare da soli apra porte che altrimenti resterebbero chiuse.
Entro nel complesso.
Ci sono molti turisti. L’esperienza non è autentica, non è intima. È chiaramente un luogo pensato anche — forse soprattutto — per i visitatori. Ma nonostante questo, il tempio è oggettivamente stupendo.
Il Wat Rong Khun è un tempio particolare, al tempo stesso buddista e induista, progettato da un artista thailandese. La sua costruzione è iniziata nel 1997 e, forse, terminerà nel 2070. È realizzato interamente in gesso bianco e specchietti che riflettono il sole creando giochi di luce quasi ipnotici. Una scelta criticata da alcune comunità locali, abituate a templi colorati e sgargianti.
Il bianco, però, non è casuale: rappresenta la purezza degli insegnamenti del Buddha.
Il percorso che conduce alla sala principale simboleggia il samsara, il ciclo di morte e rinascita. Si attraversa un mare di mani che emergono dal terreno — desiderio, brama — e si passa tra figure demoniache che rappresentano le tentazioni. Solo attraversando il ponte si arriva alla “porta del paradiso”, l’ingresso dell’Ubosot.
All’interno il bianco lascia spazio a murales disturbanti: fiamme arancioni, volti di demoni, idoli e supereroi occidentali. Michael Jackson, Neo di Matrix, Freddy Krueger, ma anche Harry Potter, Hello Kitty e Superman, fino ad arrivare alle immagini di guerre nucleari, attentati, pompe petrolifere. Una denuncia chiara dell’impatto distruttivo dell’essere umano sul pianeta.
Il messaggio, per quanto a tratti confuso, arriva forte: l’essere umano è malvagio.
Continuo la visita. Nel complesso c’è anche un tempio dorato dedicato a Ganesha e una caverna artificiale decorata con mostri e mani protese verso i visitatori. Poi, lentamente, tutto si trasforma in bianco: stalattiti, stalagmiti, statue di Buddha. Rappresenta un viaggio simbolico dal “Regno della Sofferenza” (Inferno) al “Regno della Beatitudine” (Paradiso). Un viaggio simbolico dall’Inferno al Nirvana.
Fermarsi, mangiare, decidere
Dopo quasi due ore esco dal complesso.
Attraverso la strada e mi fermo in un ristorante a pranzare. Khao Soi, un succo d’arancia e, per finire, un Mango Sticky Rice decorato con cura. Mangio lentamente, mi riposo, penso a cosa fare dopo.
Finisco di mangiare, faccio un giro nel piccolo mercato lì vicino e poi mi siedo su un marciapiede.
Per qualche minuto resto fermo, semplicemente presente.
Apro Google Maps. Mi trovo a sud-ovest di Chiang Rai e ho ancora tempo davanti a me. Voglio visitare un complesso templare che mi incuriosisce da giorni: il Wat Huay Pla Kang, a nord-ovest della città. Scorrendo la mappa mi accorgo però che, non molto distante dal Tempio Bianco, c’è un parco enorme: il Singha Park.
Sono le tre del pomeriggio. La mente corre già al tramonto, a quell’istante preciso in cui la luce cambia e tutto sembra rallentare. Mi chiedo quale dei due luoghi possa regalarmi un sunset davvero speciale. Così mi affido al caso, o meglio, alle persone.
Chiedo consiglio a una signora thailandese che gestisce un piccolo negozio al mercato. Le spiego la mia indecisione e lei sorride, senza esitazioni: mi consiglia il Singha Park, per vedere il sole scomparire lentamente dietro le colline. La ringrazio. Il piano sembra chiaro: prima il complesso templare, poi il parco.
Faccio qualche passo, ci ripenso. Un tramonto dietro le colline l’ho già visto, anche in Italia. Bello, certo. Ma vedere il sole scendere alle spalle di una delle più grandi statue religiose della Thailandia… quello sì che avrebbe un sapore diverso. Speciale.
Cambio idea. Decido di andare prima al Singha Park.
Il tempo lento del Singha Park
Prenoto un Grab. In circa quindici minuti mi ritrovo in un luogo isolato, immerso nella natura, lontano dal rumore della città. Notando l’assenza di taxi in zona, chiedo al conducente se potrò avere problemi a spostarmi più tardi verso il Wat Huay Pla Kang. Mi risponde che non è una zona molto servita, ma che non è impossibile trovare un passaggio. Lo ringrazio, lo saluto, e mi avvio verso l’ingresso.
Il parco si rivela subito immenso. Ci sono trenini che portano i visitatori in giro per quarantacinque minuti, fermandosi nei punti principali. A piedi, mi spiegano, servirebbero almeno quattro ore. Prima ancora di entrare, una gigantesca statua dorata del Singha accoglie i visitatori.
Nella mitologia thailandese e del Sud-Est asiatico, il Singha — il leone — rappresenta forza, coraggio e leadership. È anche il simbolo della celebre birra Singha, prodotta dall’azienda proprietaria del parco, che un tempo era una grande fattoria agricola. Mi scatto qualche foto accanto alla statua, aiutato da una famiglia indiana, poi mi dirigo al botteghino. 150 baht, poco più di quattro euro, per il giro in trenino.
Parte ogni quindici minuti. Salgo su quello successivo. A bordo siamo in pochi: una signora giapponese che viaggia da sola, una coppia di occidentali e una giovane famiglia indonesiana.
Il trenino si muove lento. L’aria è calda, il panorama aperto, il tempo sembra distendersi. Le attrazioni principali che mi aspettano sono: piantagioni di tè, frutteti, campi fioriti stagionali, un mini zoo, punti panoramici e aree picnic. La prima fermata è il lago dei cigni.
Scendiamo tutti. Il lago è silenzioso, con i cigni che scivolano sull’acqua. C’è un piccolo negozio che vende cibo per i pesci e qualche panchina all’ombra. Dopo una decina di minuti, l’autista ci richiama a bordo.
Ripartiamo. Il paesaggio è stupendo, la vita sembra semplice, ordinata. Un piccolo paradiso. Arriviamo a una piantagione di tè. Qui ci offrono una tazza di tè coltivato direttamente nel parco, con diversi aromi tra cui scegliere. È buonissimo. Lo sorseggio lentamente, camminando in mezzo a un campo di salvia rossa, lasciando che il silenzio faccia il suo lavoro.
Il trenino riparte e ci conduce al mini zoo. Zebre, pappagalli dai colori accesi, giraffe, struzzi, pavoni, caprette, conigli, tartarughe giganti e lepri della Patagonia. È possibile dare da mangiare agli animali con il cibo venduto sul posto.
Mentre sono vicino alle caprette, la turista giapponese si avvicina. Ha comprato del latte in bottiglia per nutrire le più piccole. Mi offre la possibilità di farlo fare a me e si propone di scattarmi qualche foto. Accetto. Poi ricambio il favore. Un gesto semplice, totalmente inaspettato, che però mi lascia addosso una sensazione bella, sincera.
Anche qui il tempo scorre veloce. Risaliamo sul trenino e raggiungiamo una collinetta panoramica, da cui si aprono davanti a noi le piantagioni di tè che si perdono a vista d’occhio. Una vista ampia, ordinata, che trasmette pace. Ci fermiamo una ventina di minuti; c’è anche un bar. Poi il trenino ci riaccompagna lentamente all’ingresso del parco, chiudendo il cerchio di questo pomeriggio sospeso.
Scendiamo dal trenino e, prima di salutarci, chiedo alla signora giapponese se ha visitato il Wat Huay Pla Kang, il tempio che ho intenzione di raggiungere per il tramonto. Mi dice che c’è stata il giorno prima e che è bellissimo. Le chiedo se la zona è servita dai taxi per rientrare poi a Chiang Rai. Mi risponde che non ne ha visti molti e che lei, durante il suo soggiorno in Thailandia, ha noleggiato un’auto, quindi non ha mai avuto bisogno di chiamarne uno.
Le dico che, in ogni caso, voglio andare lo stesso a vedere il tramonto, senza preoccuparmi troppo di come tornerò in hotel. Lei mi guarda tranquilla e mi rasserena dicendomi che se dovessi avere problemi, posso chiamarla e verrà lei a prendermi con la sua macchina. Ci scambiamo i contatti.
Resto per un attimo senza parole. Non so davvero come ringraziare un gesto di una gentilezza così pura. Scattiamo qualche selfie insieme e poi, inaspettatamente, ci stringiamo la mano. Un gesto semplice, ma sorprendente, considerando che nella cultura giapponese il contatto fisico è raro. Ci salutiamo così, con un sorriso che dice più di mille parole.
Guan Yin al tramonto, il presente e le lacrime
Esco dal parco e prenoto un Grab. Arriva poco dopo. In circa venti minuti siamo al Wat Huay Pla Kang. Scendo dall’auto: c’è poca gente e davanti a me si staglia la statua gigantesca di Guan Yin, bianca, imponente, alta circa 79 metri, che domina la collina. È stupenda.
So che è possibile salire all’interno con un ascensore fino alla testa della statua, ma mancano pochi minuti alla chiusura. Decido di non pensarci e affronto di corsa i duecento scalini che mi separano dall’ingresso. Arrivo alla base, entro… e scopro che l’ascensore è già chiuso. Troppo tardi.
Riprendo fiato. Esco lentamente dalla base della statua e mi posiziono proprio di fronte a lei.
Ed è lì che tutto si ferma.
Un venticello quasi fresco mi asciuga il sudore. Il sole scende lentamente alle spalle di Guan Yin. Dagli altoparlanti si diffonde un mantra buddista cantato da bambini. In quell’istante mi sento vivo. E profondamente grato. Le emozioni mi attraversano senza chiedere permesso e mi abbandono a un pianto liberatorio, come se avessi aperto una porta dentro di me, una porta rimasta chiusa troppo a lungo.
Capisco che sto vivendo una delle esperienze più belle ed emozionanti della mia vita. Ho superato i miei limiti, mi sono spinto oltre ciò che riuscivo a vedere.
Dove sono arrivato? Come sono arrivato fino a qui? Perché sono qui?
Eppure, in questo momento sento di avere tutte le risposte. Sento di essere esattamente nel posto giusto, al momento giusto. In equilibrio con me stesso e con il mondo. Non esiste più il futuro che preoccupa, né il passato che pesa. Esiste solo il presente. Esisto io, qui, ora.
Respiro. Sento. Mi lascio attraversare dalle vibrazioni senza paura. Mi sento libero, pieno e allo stesso tempo leggero.Corpo e anima in equilibrio. Forse, per una frazione di tempo, mi sento tutt’uno con l’universo. Ed è una sensazione bellissima.
Quando il sole si nasconde del tutto dietro le colline, vado a visitare il tempio bianco in stile Lanna, poco distante. È interamente decorato con stucchi bianchi. All’interno, una statua candida del Buddha. Non c’è nessuno, solo silenzio e pace.
Dopo la visita, mi sposto verso la pagoda a nove piani, la Phop Chok Dhamma Chedi, con il suo tetto rosso e i grandi draghi cinesi che sorvegliano la scalinata. È una struttura che mescola elementi thailandesi, cinesi ed europei. Ogni piano rappresenta uno stadio di elevazione spirituale; il numero nove, qui, è simbolo di fortuna. Salgo lentamente, piano dopo piano, tra statue finemente intagliate in legno di sandalo profumato, fino all’ultimo livello, da cui si apre una vista a 360 gradi sulle colline di Chiang Rai e sulla statua gigante.
Dopo circa quaranta minuti esco. Il piazzale è vuoto. Sono rimasto completamente solo. È calato il buio. Scatto qualche foto ai monumenti illuminati, la statua di Guan Yin è ancora più suggestiva di notte. Mi siedo su una panchina, accendo una sigaretta e mi godo quel silenzio pieno.
La notte, gli incontri, le conferme
Apro Grab. Fortunatamente trovo un taxi, anche se devo aspettare una decina di minuti. Arriva. Salgo in macchina stremato, ma felice. In venti minuti sono di nuovo in hotel. Una doccia lunga, rilassante, e poi di nuovo fuori, verso la cena.
Torno nella stessa piazza della sera prima e mi fermo allo stesso stand. Davanti a me c’è un ragazzo che fatica a farsi capire dalla ragazza del bancone. Prova a parlare inglese, ma l’accento è familiare. È italiano. Mi avvicino e gli chiedo se ha bisogno di aiuto. Sta cercando un piatto vegetariano. Traduco, ordiniamo. Poi gli dico di seguirmi per prendere da bere, dall’altra parte della piazza.
Scopro che si chiama Alessandro, è romano, ha poco più di quarant’anni e ha lasciato il lavoro e la sua vecchia vita per iniziarne una nuova, liberandosi dai paraocchi imposti dal sistema occidentale cinico e materialista. Un sogno che conosco bene, che da anni mi gira dentro e che ormai non è più solo un’idea, ma un impulso sempre più forte.
Ci sediamo allo stesso tavolo. Mangiamo. Parliamo. Più il tempo passa, più capisco che parliamo la stessa lingua, ben oltre l’italiano. Stessa visione della vita, stessi interrogativi. Mi sento capito. Protetto. Mi apro senza filtri. Capisco che questo incontro non è casuale, e lui me lo conferma, dicendolo ad alta voce.
Concludiamo la cena con un mango sticky rice delizioso e decidiamo di andare a bere qualcosa insieme. Torniamo nello stesso rooftop dove sono stato la sera prima. Ordiniamo da bere. Il tempo rallenta di nuovo. È come parlare con me stesso davanti a uno specchio. Una conversazione che vorrei non finisse mai, che mette ordine nei pensieri fino a farli evaporare, lasciandomi stabile nel presente.
Dopo circa un’ora usciamo. È quasi mezzanotte. Le strade sono vuote. Accompagno Alessandro a cercare lo scooter che aveva dimenticato dove fosse parcheggiato. Lo troviamo. Scattiamo qualche foto insieme e ci scambiamo i numeri, con la promessa di rivederci un giorno. Lui il giorno dopo esplorerà i villaggi dell’interno senza una meta precisa. Io proseguirò verso nord, verso Chiang Saen, nei pressi del Triangolo d’Oro, la meta finale di questo viaggio, il punto che avevo immaginato di raggiungere quando ho comprato il biglietto aereo per l’Asia.
Ci salutiamo con un abbraccio sincero, consapevoli che in qualche modo le nostre strade si incroceranno di nuovo.
Quando una giornata basta
Cammino verso l’hotel con una pace assoluta dentro, sentendo che qualcosa si è acceso. Capisco che questa è l’essenza del viaggio: quando incontri persone o vivi momenti che ti cambiano, che ti fanno chiarezza dentro. Passo dal 7 Eleven per la colazione del giorno dopo, poi rientro.
Quasi senza accorgermene, arrivo in hotel, apro il portone d’ingresso, salgo una rampa di scale, apro la porta della mia stanza ed esco un attimo sul terrazzo, come se volessi rendere questa giornata infinita. Lascio la mente libera di ripercorrere tutto: il poliziotto sorridente alla stazione, l’autista del bus che mi offre del cibo, la signora indiana che viaggiava sola, la signora giapponese che si era offerta di aiutarmi, la ragazza sorridente dello stand, Alessandro. I luoghi: la stazione degli autobus, il Tempio Bianco, stupendo ed affollato; il Singha Park, con la sua natura e la sua pace; il Wat Huay Pla Kang e Guan Yin al tramonto, uno dei momenti più profondi ed emozionanti della mia vita, che mi ha trascinato in un pianto liberatorio.
Una giornata che da sola vale un intero viaggio, ma che non sarebbe potuta esistere senza i venti giorni precedenti, senza quel percorso che mi ha portato fin qui, aperto alla vita.
Spengo la luce e resto qualche secondo nel buio.
Fuori, Chiang Rai dorme. Dentro, io no.
So che domani il viaggio riprenderà verso nord, verso quel punto sulla mappa che per settimane è stato solo un’idea, una linea tracciata con il dito, un nome pronunciato piano: Triangolo d’Oro.
Non so cosa mi aspetta davvero là.
So solo che non sono più la stessa persona che è salita su un aereo qualche settimana fa, e forse è proprio questo il senso di arrivare fin lì: non trovare qualcosa fuori, ma accorgersi di ciò che si è già mosso dentro.
Chiudo gli occhi con questa consapevolezza addosso.
Domani si riparte.
E, per la prima volta, non sento fretta di arrivare.
Con un immenso senso di gratitudine mi abbandono al sonno.
Felice. E consapevole.
















































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